mercoledì 28 marzo 2012

Dan Iroaie, nato a Palermo il 24 febbraio 1946. Maturità classica. E'stato allievo del pittore Pietro Melecchi e di Eugenio Dragutescu. Frequenta la Facoltà di Architettura. Pubblica alcuni articoli sulla filosofia dell'architettura e sull'estetica, ricerca che lo accompagna tuttora. Da sempre si interessa di arte antiquaria, svolgendo anche per un periodo l'attività di mercante d'arte. 
1965 Premio Città di Pistoia, diploma e medaglia di bronzo. Mostra d'arte dello studente del Giornale d'Italia.
1975-1977 Partecipa al "gruppo laboratorio" dell'Istituto Nazionale per la Grafica di Roma, che persegue una ricerca sul segno presentata a Roma, Firenze e Palermo.
1978 Personale alla Discoteca Universitaria di Palermo.
"Mostra Internazionale di Grafica", Lecce.
Seconda rassegna regionale di pittura e scultura "la Sicilia nell'arte", Catania.
Personale alla galleria "la Persiana", Palermo.
1993 Mostra sulla Via Sacra (Montecavo), Rocca di Papa.
2006 Personale Teatro Sala Umberto, Roma.  
2012 Personale Libreria Bocca,Milano.
2015 Collettiva, Palazzo Sant'Elia Palermo.                         
2016 Mostra con Eugenio Tagliavia,Galleria Agorà,Palermo.

Acrilici ed oli 100x70







Acquarelli 50x70





















Incisioni colorate a tempera misure varie











































Dan Iroaie
L’analogia più convincente me la suggerisce il vulcano. Può sembrare inerte e torpido per un tempo lungo e poi esplodere cambiando i connotati dei luoghi. 
Nel caso di Dan Iroaie, l’assenza è inerzia, distrazione, fino a quando un filo di attività batte l’ignavia e subito diviene parossistica, torrentizia, esplosiva. 
Mentre la creatività del vulcano è distruttiva e solo lentamente l’area interessata torna a fruttificare, quella di Iroaie è immediatamente ferace, feroce, ricca di germogli che ne creano subito altri e ne cancellano altri ancora. Sì, è vero, la sua arte è gridata, sempre a rischio di andar sopra le righe, piena di scorie e di ripetizioni, spesso ridondante. Ma, intanto, non è mai finta, simulata, non deve cercare una creatività elusiva, non ha l’angoscia del foglio bianco in attesa della prima parola e poi della seconda che non viene mai. 
Se esiste una cosa come l’innatismo, Dan Iroaie lo possiede nella sua dimensione di pittore. Platone sosteneva che per imparare a nuotare bisogna avere un’idea preliminare di cosa è il nuoto e dei movimenti necessari per realizzarlo. Io mi sono sempre domandato com’è che i bambini, avidi di assaggiare tutto, non si avvelenano mai con piante comuni che ci circondano, come l’oleandro. Le famiglie non lo sanno e non li mettono in guardia (comunque servirebbe a poco); eppure i bambini sembrano sapere spontaneamente con che cosa possono fare esperimenti e con che cosa no. Dan è un istintivo, ha sempre disegnato e dipinto, senza disciplina, ma non senza regole. La sua scienza della forma gli deriva dall’intuizione, consolidata da una pratica di lustri, e da una dote che lui possiede e che la maggior parte dei pittori fatica a conquistarsi: la felicità creativa, il dono. Quando cominciò (credo che siano passati almeno quarantacinque anni), era tutto dedito ad una linea estenuata, sottile, di gusto art nouveau. La moltiplicava all’infinito in onde sinuose, la rendeva fitta e densa, come ad abolire l’intervallo tra una linea e l’altra. Eppure, in questo giuoco d’infinita pazienza, Dan non sporcava mai il suo reticolo, era esemplare per chiarezza d’ordito e per senso compositivo. Nessuno gli ha mai detto quali colori sono consonanti e quali repulsivi, quanto estese devono essere le pause, che rapporto c’è tra disegno e campo cromatico. 
Ecco, nella sua pratica febbrile e, all’apparenza, esclusivamente affidata all’estro, Dan Iroaie deve aver avuto come dono innato e consolidato dall’esercizio quello di conoscere mirabilmente codesti aspetti e di realizzarli a colpo sicuro, prova dopo prova. Ci sono artisti che sono di una lentezza esasperante (Vermeer, Cézanne). Si dispera che portino mai a compimento un lavoro, e genti; servono allo studioso per seguire le oscillazioni della creatività, i sentieri interrotti, la battuta a vuoto prima della successiva ondata di pennellate frenetiche: appunto un vulcano che ha l’energia contenuta nel centro della terra, quindi limitata, ma per noi incoercibile. Servono all’artista per non credersi infallibile e fare l’inventario ed il riesame dei nessi che non tengono. 
È un attimo, subito dopo siamo persi dietro a dei Van Gogh e a dei Cézanne eseguiti con uno spirito diverso, con mete diverse e, certamente, senza aver controllato immagine alcuna di quei maestri.È l’eterno ritorno della creatività ingenua, incorruttibile che, col tempo, incorpora la sapienza, si fa magistero.
Enzo Bilardello


Dan Iroaie ama raccontare che il giorno in cui sono venuto al mondo, guardandomi, ha subito pensato: “Attraverso la tua nascita tuo padre mi ha regalato un amico”. 
Non ho mai creduto a questo episodio, ma è assai rivelatore della personalità di Dan e delle sue capacita “profetiche”.
La prima volta che ho visto alcune sue opere (lunghe linee astratte di china nera su grandi fogli bianchi) avevo cinque anni e mi trovavo in casa sua con altre persone. Dan parlava dei suoi lavori, appesi alle pareti sopra alcuni mobili antichi. Dopo averlo ascoltato per un po’ di tempo, facendomi coraggio, gli chiesi: “Ma non ti annoi a fare tutti questi segni ingarbugliati?”. Con un sorriso nello sguardo e un forte tono di voce mi rispose entusiasticamente: “No! Mi diverto moltissimo!” Solo dieci anni dopo ho iniziato ad apprezzare la sua grafica e le incisioni, mentre da bambino non riuscivo a ripercorrere i segni fino in fondo cercando invano una “conclusione”. 
Erano opere “aperte”, eleganti, ma per me mancava il colore. Erano troppo difficili da apprezzare senza un’adeguata formazione estetica, senza la conoscenza di alcuni “segni” di Paul Klee, Vassilij Kandinskij, Joan Miró. Spesso ho pensato molte opere di Dan come “progetti di città”, città di segni. I protagonisti del suo lavoro, infatti, fin dalle incisioni degli anni Settanta (oggi reinterpretate con l’uso del colore), sono gli elementi primari del disegno e del progetto (la linea, il punto, la superficie). Quarant’anni fa la grafica dell’artista risentiva molto della sua formazione d’architetto e dei frequenti colloqui “filosofici” con Cesare Brandi, ma da un ventennio il colore sembra spingerlo verso una pittura più concitata, acquisendo energia, perdendo un po’ d’ordine e purezza, ma non eleganza. Alcuni lavori a “campitura totale”, all-over, degli anni Novanta, sono realizzati con un segno da miniaturista astratto, preciso ma energico e stratificato. In alcuni casi si ha l’effetto di una veduta geologica satellitare, in cui appaiono i rilievi orografici, le pianure, i fiumi e qualche accenno di costruzione, ma dopo una prima osservazione risulta evidente un’estraneità totale con qualsiasi paesaggio terrestre. Talvolta sono grandi superfici ricoperte da percorsi di linee, tratti e piccoli tasselli cromatici la cui qualità estetica richiede un’esplorazione al microscopio. In alcuni lavori non c’è differenza tra sfondo e materia pittorica: ogni segno, ogni punto fra i milioni (in senso letterale) di punti, 
è posizionato in modo perfettamente equilibrato rispetto agli altri. Da lontano si vede un movimento cromatico fittissimo e ritmicamente pulsante, che sembrerebbe ottenuto con una iteratività costante di gesti e strumenti, ma avvicinandosi si scopre un lavoro da certosino (è proprio fra i monaci che l’artista ha trascorso un periodo della sua vita); la grande tavola o il grande foglio sono in realtà un insieme infinito 
d’icone miniate, sempre astratte, difficili da distinguere l’un l’altra.
In alcune opere all-over è possibile perfino selezionare un centimetro quadrato qualsiasi della superficie e ingrandirlo decine di volte, con un video-proiettore, senza che si perda nulla dell’equilibrio compositivo (come accade in alcuni lavori di Jackson Pollock). È una pittura piena di energia, ma calibrata: a differenza del grande artista americano, nei micro all-over di Dan non c’è dripping; non c’è traccia del passaggio 
del corpo, né del braccio (l’artista fa ruotare quasi sempre i suoi supporti, mentre lavora, senza girarvi intorno). Si sente la presenza della mano, di un piccolo pennel lo, della biro, uno strumento che “incide” anche il colore. È una pittura “pensata”, anche in corso d’esecuzione, prima che “agita”. Per Dan una tela, una tavola, un foglio sono superfici realmente (non virtualmente) illimitate: il bisogno di riempirle di tratti e colori è un bisogno primario quanto il pensare e l’articolare il corpo nello spazio. Attraverso alcuni all-over recenti e degli anni Novanta, l’artista non progetta “costruzioni”, ma le realizza direttamente sul piano, attraverso stratigrafie cromatiche, congiunzioni di piccole masse di pittura che hanno talvolta una vera valenza architettonica: sono in altorilievo, gettano piccole ombre; sono luoghi esplorabili, cheosservati da vicino fanno perdere a chi guarda la cognizione dello spazio e del tempo. Il quadro non è un “campo delimitato” che fa parte del mondo: la pittura di Dan, vista da vicino, è un mondo, un microcosmo (così intitola molte opere), un concentrato di “natura pittorica”, in infinite varietà di specie di segni e colori, con alcune dominanti frequentemente ricorrenti.
Dan ha lavorato molto spesso per serie, perseguendo una ricerca attraverso episodi pittorici che a volte conducono all’opera prima, al capolavoro. Dagli anni Novanta ha realizzato alcuni pannelli di legno a campiture fittissime, coloratissimi, abbaglianti e poli-prospettici. Ho sempre pensato che questi “polittici astratti” dovrebbero essere esposti come le Ninfee di Claude Monet all’Orangerie: Monet entra nella natura, ma si ferma prima del “molecolare”, restando sul “tessuto” del vegetale; Iroaie arriva quasi alla molecola della pittura o della natura (a certi stadi microscopici è difficile distinguere esteticamente la sostanza delle materie). Da persona colta ed eclettica, ha studiato da vicino l’Impressionismo, Vincent Van Gogh, il Pointillisme, la cui grammatica costruttiva di base sembra che venga filtrata anche attraverso una pittura segnica come quella Henri Michaux e di Mark Tobey, intuita o incontrata per caso, ma non direttamente studiata (a differenza dell’Informale europeo, gestuale e materico, che Dan ha analizzato probabilmente con maggiore attenzione).
Talvolta i segni sono più distesi e filamentosi, agiscono su uno sfondo composto di bande pittoriche più ampie e tranquille con dissolvenze e morbidi trapassi di gradazioni. La fruizione è, in questi casi, più facile e rilassante. Tante persone possono dire di aver ammirato le opere di Dan lroaie, ma forse nessuno può dire di averle osservate interamente in ogni particolare: per alcune sarebbe necessario un tempo di fruizione troppo dilatato, almeno pari a quello d’esecuzione (in alcuni casi molte settimane), per tentare di ripercorrere con l’occhio i tragitti grafici della mano. Ma alla pittura di Dan non si riesce a resistere troppo a lungo (parlo di quella fittissima e cromaticamente aggressiva che per me è la migliore): la retina si deve riposare. Con gli occhi affaticati sono percorribili due strade: ci si avvicina fino a venti centimetri dall’opera, concentrandosi su un’area cromatica e segnica abbastanza “calma”, oppure basta allontanarsi di alcuni metri, fino al punto in cui molti tratti arrivano a sfocarsi, producendo l’effetto di zone cromatiche variegate e ondivaghe. È una pittura che va osservata a varie distanze e che ogni volta apparirà diversa. È un’arte che richiede un enorme lavoro critico per essere letta correttamente, nei dettagli, ma che può facilmente assumere una dimensione ambientale, essere esposta in grandi contesti in modo monumentale e decorativo. Molti fogli, tele e tavole dell’artista sono nate, infatti, entro un’architettura monumentale, sotto grandi volte a botte e a crociera, in una casa seicentesca in cui ha abitato più di un decennio, in un piccolo paese dei Castelli Romani. Ricordo i suoi lavori esposti sulle pareti in muratura mista, a blocchi di 
tufo, pietre laviche grezze, lisce e porose, grigie e nere, assemblate insieme a mattoni pieni, rossi, cotti in fornaci antiche.
Tutto ciò che è “antico” in Dan ha sempre suscitato un grande interesse e svolge, a mio avviso, un ruolo enorme nella sua opera (oltre che nella sua vita). Quando era studente ha partecipato a scavi archeologici e, fin da adolescente, si è sempre circondato di molti oggetti d’antiquariato. Ho visto alcune xilografie in una bibbia seicentesca che era solito colorare da bambino, se ricordo bene, con un acquerello ocra, oltrepassando appena i contorni delle figure. Sulle prime sono rimasto interdetto: sembrava un intervento risalente all’Ottocento, quando erano più rari gli album da colorare a uso infantile e i bambini più fortunati si esercitavano sulle vecchie stampe di famiglia. Il gusto per i supporti antichi, per le patine della carta, del legno, della pittura, permane in molta produzione di Iroaie.
La prima opera che conosco dell’artista, dei primi anni Sessanta, è una china monocroma in diverse variazioni tonali di un turchese sbiadito, composta da linee ad arabesco, con partiture cloisonné, che intessono un’elegantissima e fitta trama sul bianco della carta (oggi un po’ ingiallita). Sembra una vetrata medioevale disegnata per attutire la luminosità del foglio, piena di linee art nouveau, iterazioni e simmetrie, influenzate dalle decorazioni delle moschee antiche, ma probabilmente anche della musica araba che Dan ascolta con interesse (a volte tracciando nell’aria linee immaginarie con le dita). È un lavoro astratto, ma pare appartenere ad un’epoca remota, quando la pratica decorativa di molte popolazioni era, per cosi dire, “naturalmente astratta”, piena di segni “tratti fuori” dalle forme della natura. Anche alcune tavole su cui Dan ha dipinto (poche e stupende) sono antiche; talvolta settecentesche, provenienti da fondi e tramezzi di credenze rustiche, madie o cassettoni. Essendo ben stagionate, come supporti non sono meno resistenti delle tavole nuove, ma hanno il vantaggio di essere segnate dal tempo, con leggere “imbarcature”, venature e linee guida, che la pittura ha seguito e ricoperto. Non è facile distinguerle da quelle non-antiche (a meno di non girarle sul verso), ma a ben vedere hanno una differente valenza estetica: sembra che la pittura sia penetrata maggiormente nel legno a fibra meno compatta, ottenendo un leggero aspetto patinato, a tratti perdendosi dentro il supporto, con l’effetto di una lieve abrasione o di splendide muffe.
Dan lroaie è un artista che ama la materia nelle forme tradizionali, lavora sulle materie povere come il legno, la carta, ma raramente anche sull’oro zecchino in fogli, sopra bolo e gesso, distesi secondo la tecnica della doratura antica. Esiste una tavola, qui riprodotta, sulla quale ha trasferito la purezza dei segni delle incisioni degli anni Settanta, realizzando preziose raffigurazioni d’una astratta iconoclastia.
Ma Dan è attratto, a suo modo, anche dalla potenzialità dell’arte digitale. Ricordo di aver visto lo stadio iniziale di un progetto: realizzare immagini in dissolvenze incrociate di alcuni micro all-over attraverso programmi di computer grafica. È difficile prevedere quale saranno le direzioni della sua arte, ma penso che Dan continuerà a lavorare nell’infinito ambito dell’astrazione informale, con un’energia inesauribile, che lo caratterizza come uomo e come artista, attraverso il colore, il segno e la luce.
Francesco Franco









Iroaie e le infinite possibilità di segni e colori

Fedora Franzè



È possibile pensare a un uso del colore vicino a quello dei fiori espressionisti di Nolde con animo naïf? E cavalcare i paesaggi di Kandinsky e Marc moltiplicandone le curve e reiterando ancora e ancora le singole pennellate che li costituiscono come a negarne la natura «spirituale»?

Molte sono le suggestioni che nelle opere di Iroaie si ricavano passeggiando a ritroso nella grande storia della pittura. Nessuna di esse ne descrive il carattere ma solo la condizione preliminare: la voracità di un'arte che guarda, assimila, senza neanche rendersene conto, e riplasma nell'istante in cui si esprime con pennello e colore in quantità e un'immagine di tabula rasa nella mente.

Negli spazi del foyer del teatro Sala Umberto prosegue con successo l'iniziativa dell'abbinata: inaugurazione-mostra prima del nuovo spettacolo in cartellone, che ha preso il via a ottobre scorso. Stavolta vengono esposte fino al 28 febbraio le opere dell'artista siciliano di origini romene Dan Iroaie, astrattista dalla formazione da architetto e da grafico.

Dello studio presso l'Istituto nazionale per la Grafica di Roma è rimasta la padronanza assoluta (e anarchica nello sviluppo) del segno nelle sue varie possibilità d'incisione, in una gamma che spazia dalla leggerezza delle linee sovrapposte delicatamente alla stesura carica di base, alla perentorietà della riga che si fa striscia e penetra nel corpo della pittura, in un dialogo sempre nuovo a ogni prova, sorprendente per varietà di concezione. 
Ma la composizione per Iroaie non può prescindere dal colore, come da un setaccio che screma le infinite possibili disposizioni dei segni. Il controllo esercitato dal disegno sulla materia emotiva dei colori è appena sufficiente a garantire di un ordine mentale, quindi di un metodo che salva dall'improvvisazione. Il resto, tutto il resto, è annegato e poi esternato con la forza di un geyser attraverso i rossi accesi, i verdi, i gialli, i bianchi insistiti, e come dal piccolo cono vulcanico esplodono liquidi e vapori. A volte, invece, le forme colorate sono quasi tridimensionali, a causa della materia densa e gommosa come il pongo con cui sono realizzate. 
In alcuni pannelli verticali l'artista sembra esplorare l'effetto del tratteggio sottoposto a elettricità, tanto fitto e scattante, svirgolante in ogni direzione e minuto, appare il corso rapido della pennellata. Sono opere ottenute con un lavoro di costante ritorno sul già fatto, in tensione continua e potenzialmente senza termine. All'espressione estemporanea, in certi casi più visibile e definitiva, qui il pittore sovrappone la sperimentazione propria dell'artigiano che perfeziona via via l'oggetto attraverso il contatto fisico, la valutazione visiva a ogni piccolo mutamento, con un senso del rapporto tra tempo impiegato e prodotto finale che si dilata all'infinito. 
Un'altra sorpresa è nella memoria di figurazione, rintracciabile in un'opera che lascia molto spazio al fondo nero compatto, su cui risalta il gioco d'equilibrio di una torre improbabile, fatta di strisciate colorate sensuali, attraenti come la panna montata, a un passo dallo scivolare giù e mescolarsi in una pozzanghera golosa. L'invito è a gustare quel colore sghembo, diretto ai sensi prima che al piacere intellettuale.

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